Il cinema ha sempre avuto una fascinazione per i pionieri, ma il 2026 segna un punto di rottura definitivo nel rapporto tra Hollywood e la Silicon Valley. Se un tempo i fondatori delle grandi aziende tecnologiche venivano ritratti come geni incompresi o sognatori un po’ eccentrici, le ultime produzioni cinematografiche raccontano una realtà molto più cupa. Siamo passati dall’ammirazione per il mito del garage alla critica feroce verso figure che oggi vengono percepite come minacce esistenziali per la democrazia e la stabilità sociale.
Il cambiamento è evidente nel ritorno di Aaron Sorkin al tema dei social media con The Social Reckoning. Se nel 2010 The Social Network dipingeva un Mark Zuckerberg brillante seppur socialmente inadeguato, questo nuovo capitolo non fa sconti. Basandosi sulle rivelazioni dei whistleblower, il film tratteggia un leader robotico e autocratico, ossessionato da una crescita che ignora deliberatamente l’impatto distruttivo sulla salute mentale dei giovani e sulla diffusione della disinformazione globale.
Non meno impietoso è il ritratto che Alex Gibney fa di Elon Musk nel suo ultimo documentario. Qui la narrazione del visionario che vuole conquistare lo spazio viene sostituita da un’indagine inquietante sull’accumulo di un potere che scavalca i confini governativi. Il film ha già scatenato reazioni durissime: tra minacce legali e il blocco delle inserzioni pubblicitarie sulla piattaforma X, è chiaro che lo scontro tra la libertà d’espressione rivendicata dai tycoon e il giornalismo d’inchiesta è arrivato ai ferri corti.
Anche il mondo dell’intelligenza artificiale finisce sotto la lente d’ingrandimento con Artificial di Luca Guadagnino. La commedia nera del regista italiano offre uno studio psicologico su Sam Altman, descritto come un manipolatore sociopatico. È interessante notare come la produzione di questo film abbia incontrato ostacoli significativi: il colosso Amazon si è sfilato dalla distribuzione poco dopo aver investito miliardi in OpenAI, sollevando seri dubbi su quanto i legami finanziari tra Big Tech e major cinematografiche possano influenzare la libertà creativa.
Infine, Nathan Fielder con You Can See Everything porta lo spettatore dentro la vita di Elizabeth Holmes nei giorni precedenti la sua carcerazione. Più che un semplice documentario, è un gioco di specchi sulla manipolazione mediatica, dove il confine tra trasparenza e strategia di marketing diventa indistinguibile.
Questa ondata di film non è solo una coincidenza editoriale, ma il riflesso di un sentimento collettivo di disillusione. Il pubblico non è più disposto ad accettare passivamente le promesse di un futuro radioso venduto da miliardari in felpa. Hollywood, recependo questo malessere, ha smesso di celebrare le icone del digitale per iniziare a interrogarle, mostrando finalmente le zone d’ombra di chi, con un algoritmo, pretende di governare la nostra realtà.