L'EDITORIALE

Scommesse o Derivati? La battaglia legale che divide l’America sui mercati predittivi

Scommesse o Derivati? La battaglia legale che divide l’America sui mercati predittivi

Nel sempre più sfumato confine tra finanza digitale e scommesse tradizionali, una recente sentenza della Corte d'Appello del Nono Circuito degli Stati Uniti ha...

Pubblicata 30/08/2026 alle 12:02

Nel sempre più sfumato confine tra finanza digitale e scommesse tradizionali, una recente sentenza della Corte d’Appello del Nono Circuito degli Stati Uniti ha segnato un punto cruciale, stabilendo che i contratti basati su eventi sportivi non possono essere classificati come derivati finanziari. Il verdetto rappresenta una battuta d’arresto significativa per colossi dei mercati predittivi come Kalshi, Robinhood e Crypto.com, che da tempo cercano di far riconoscere le proprie attività sotto l’ombrello regolatorio federale anziché sotto quello, spesso più restrittivo, delle leggi statali sul gioco d’azzardo.

Al centro della disputa c’è la natura stessa dei cosiddetti “event contracts”. Secondo le piattaforme e la Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’ente federale che vigila sui mercati dei derivati, questi strumenti dovrebbero essere considerati “swap”, ovvero prodotti finanziari regolati a livello centrale. Al contrario, ben 44 Stati americani sostengono che puntare sull’esito di una partita di basket o di un incontro di football tramite queste app sia semplicemente una forma di scommessa sportiva mascherata da operazione finanziaria. La decisione del Nono Circuito ha dato ragione al Nevada Gaming Control Board, confermando che chiamare una scommessa con un nome diverso non ne cambia la sostanza giuridica.

La sentenza non è solo una questione di etichette, ma una battaglia per la giurisdizione. Se questi contratti fossero riconosciuti come swap, la CFTC avrebbe l’esclusiva autorità di regolamentarli, scavalcando le commissioni locali sul gioco d’azzardo. La posizione della CFTC è ferrea: la legge federale definisce come swap qualsiasi contratto derivato strutturato in un certo modo, indipendentemente dall’oggetto sottostante, con rarissime eccezioni storiche come le cipolle e gli incassi dei botteghini cinematografici. Tuttavia, i giudici hanno respinto questa interpretazione, accusando l’agenzia di aver creato un’eccezione non prevista dal testo della legge.

Questa sentenza crea quello che negli Stati Uniti viene definito un “circuit split”, ovvero un conflitto tra diverse corti d’appello. Solo lo scorso aprile, infatti, il Terzo Circuito aveva espresso un parere diametralmente opposto, stabilendo che la competenza esclusiva spettasse alla CFTC. Quando due tribunali di pari grado giungono a conclusioni contrastanti su una materia di rilevanza nazionale, la strada verso la Corte Suprema diventa quasi obbligata. Saranno con ogni probabilità i giudici di Washington a dover decidere se il futuro del trading sugli eventi debba essere gestito come Wall Street o come Las Vegas.

Le ripercussioni sui mercati non si sono fatte attendere. Mentre le piattaforme di prediction market si preparano a dare battaglia legale, i giganti del betting tradizionale come DraftKings e Flutter Entertainment (proprietaria di FanDuel) hanno visto i propri titoli balzare in borsa. Per gli operatori storici, la decisione della Corte rappresenta uno scudo contro nuovi concorrenti che avrebbero potuto operare con regole meno onerose aggirando le licenze statali per il gioco d’azzardo. In attesa del giudizio definitivo, il settore rimane in un limbo normativo che peserà inevitabilmente sull’innovazione finanziaria e sulle abitudini di milioni di utenti americani.