L'EDITORIALE

Il prezzo del fronte: la corsa russa ai «bonus d’oro» per arruolare nuovi soldati

Il prezzo del fronte: la corsa russa ai «bonus d’oro» per arruolare nuovi soldati

La guerra in Ucraina ha assunto, per il Cremlino, i contorni di una gigantesca operazione di mercato. Non si tratta più solo di retorica patriottica o di...

Pubblicata 25/05/2026 alle 10:43

La guerra in Ucraina ha assunto, per il Cremlino, i contorni di una gigantesca operazione di mercato. Non si tratta più solo di retorica patriottica o di chiamate alle armi per dovere civile; oggi, il reclutamento dei cosiddetti kontraktniki – i soldati a contratto – è diventato una questione di cifre astronomiche, bonus d’ingresso da capogiro e una competizione serrata tra le diverse regioni della Federazione Russa per accaparrarsi nuova forza lavoro da inviare al fronte.

Un’inchiesta condotta dal settimanale tedesco Der Spiegel ha sollevato il velo su questa dinamica, rivelando come in alcune aree remote della Siberia il valore della vita umana sia stato tradotto in un tariffario preciso. Fingendosi un potenziale volontario, un reporter ha contattato l’amministrazione di Longyugan, un piccolo villaggio perso nel distretto autonomo di Yamalo-Nenets, a oltre duemila chilometri da Mosca. La risposta delle autorità locali è stata spiazzante nella sua pragmaticità: un bonus immediato di 3,6 milioni di rubli (circa 40.000 euro) versato sul conto del soldato entro cinque giorni dalla firma, a cui si aggiungono ulteriori incentivi del Ministero della Difesa e il rimborso totale delle spese di viaggio.

Questa cifra non è casuale, ma è il frutto di una strategia deliberata. Le regioni russe più ricche, in particolare quelle che beneficiano dei proventi dell’estrazione di petrolio e gas naturale, stanno utilizzando i propri bilanci per finanziare la macchina bellica senza dover ricorrere a una nuova, e politicamente rischiosa, mobilitazione generale. Il distretto di Yamalo-Nenets e il vicino circondario di Khanty-Mansi competono a colpi di rialzi, con offerte che superano i 45.000 euro. Paradossalmente, persino metropoli come San Pietroburgo sono entrate in questa spirale, arrivando a offrire cifre che toccano i 50.000 euro per un singolo contratto.

Per un cittadino della provincia russa, dove lo stipendio medio è una frazione di queste somme, si tratta di cifre capaci di cambiare radicalmente il destino di una famiglia, saldare debiti o acquistare un’abitazione. Tuttavia, dietro l’allettante facciata economica si cela una realtà brutale: la necessità di rimpiazzare le pesanti perdite sul campo di battaglia senza scuotere la stabilità sociale dei grandi centri urbani. Il Cremlino sta di fatto appaltando il costo umano del conflitto a chi è disposto a scambiare il rischio della vita con una sicurezza economica immediata.

Questa «mercenarizzazione» dell’esercito regolare evidenzia una vulnerabilità sistemica. Se da un lato l’afflusso di denaro permette di mantenere costante il numero di effettivi, dall’altro crea una disparità profonda tra le regioni e solleva interrogativi sulla tenuta a lungo termine dei bilanci locali. La guerra, nel frattempo, continua a divorare risorse, trasformando villaggi siberiani sperduti in improbabili uffici di collocamento per un fronte che sembra non avere mai fine.