L'EDITORIALE

Hantavirus, l'ombra del virus andino sull'Europa: tra errori di gestione e il rischio mutazioni

Hantavirus, l'ombra del virus andino sull'Europa: tra errori di gestione e il rischio mutazioni

Quella che doveva essere una spedizione naturalistica tra i ghiacci e la fauna australe si è trasformata in un caso epidemiologico internazionale che tiene col...

Pubblicata 11/05/2026 alle 08:17

Quella che doveva essere una spedizione naturalistica tra i ghiacci e la fauna australe si è trasformata in un caso epidemiologico internazionale che tiene col fiato sospeso le autorità sanitarie di diversi continenti. Al centro della vicenda c’è la MV Hondius, una nave da crociera diventata involontario incubatore della variante Andes dell’Hantavirus, un patogeno che solitamente popola le zone rurali del Sud America ma che ora bussa alle porte dell’Europa e degli Stati Uniti.

Il caso indice è stato identificato in Leo Schilperoord, un ornitologo olandese di 70 anni. La ricostruzione della catena di contagio suggerisce un’origine quasi fortuita: una sosta in una discarica alla periferia di Ushuaia, in Argentina, per osservare una rara specie di uccello necrofago. È qui che lo studioso avrebbe inalato particelle virali provenienti dalle deiezioni di piccoli roditori selvatici, tipici portatori del ceppo andino. Quello che rende questo specifico virus particolarmente insidioso, a differenza di altri Hantavirus, è la sua capacità di trasmettersi da uomo a uomo, una caratteristica che ha trasformato gli spazi ristretti della nave in un potenziale terreno di coltura.

L’aspetto più critico dell’intera vicenda riguarda però la gestione dell’emergenza a bordo. Per giorni, i sintomi manifestati da Schilperoord e successivamente da sua moglie sono stati sottovalutati dal personale medico della nave, che aveva inizialmente escluso l’ipotesi di una malattia infettiva. Questa sottovalutazione ha portato a scene drammatiche e paradossali: dopo il decesso dell’ornitologo, molti passeggeri si sono stretti attorno alla vedova in abbracci di cordoglio, ignorando di esporsi così a un virus letale. Solo tardivamente è stato attivato il protocollo Shield, disponendo l’isolamento e le misure di igiene necessarie, quando ormai il contagio aveva avuto modo di diffondersi tra i 114 passeggeri e i 61 membri dell’equipaggio.

Oggi l’allerta è globale. Con il rimpatrio dei viaggiatori, si registrano i primi casi sospetti tra cittadini americani e francesi. Il virologo Roberto Burioni ha lanciato un monito chiaro: i virus sono organismi in costante mutazione e potrebbero acquisire una contagiosità superiore a quella finora osservata. Poiché l’Hantavirus può avere un’incubazione estremamente lunga, fino a 60 giorni, la comunità scientifica concorda sul fatto che serviranno almeno due mesi di monitoraggio serrato prima di poter dichiarare conclusa l’emergenza.

Parallelamente, la dottoressa Antonella Viola pone l’accento sulla necessità di un cambio di paradigma. Non basta più inseguire le epidemie una volta scoppiate; occorre investire nella prevenzione dei cosiddetti “spillover”, ovvero i salti di specie. Il monitoraggio degli ecosistemi e la riduzione dei contatti a rischio con la fauna selvatica sono le uniche armi per evitare che eventi isolati si trasformino in nuove crisi sanitarie. Nel frattempo, in Italia è già scattata la sorveglianza per alcuni passeggeri rientrati con voli di linea, a testimonianza di quanto, in un mondo globalizzato, nessun confine sia davvero impermeabile a una minaccia microscopica.