A distanza di anni dal tragico omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco si arricchisce di un capitolo tecnologico che potrebbe stravolgere verità processuali apparentemente consolidate. Al centro della nuova architettura accusatoria della Procura di Pavia non ci sono solo testimonianze, ma un avatar tridimensionale: un modello virtuale che sembra aver fornito la prova scientifica tanto attesa dagli inquirenti per collocare Andrea Sempio sulla scena del crimine.
Il lavoro meticoloso condotto dall’ingegner Simone Tiddia e dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo ha permesso di sovrapporre la struttura fisica dell’indagato alla planimetria digitale della villetta di via Pascoli. Il risultato è una simulazione che definire inquietante sarebbe riduttivo: il manichino virtuale mostra come Sempio, sporgendosi con un movimento naturale dal primo gradino della scala della cantina, avrebbe potuto lasciare la celebre «impronta 33». Si tratta di una traccia palmare che oggi, grazie a quindici punti di corrispondenza rilevati dall’accusa, rappresenta il pilastro di una ricostruzione che vede l’amico del fratello della vittima non più come un semplice comprimario, ma come il principale sospettato.
L’inchiesta, che si avvia verso una probabile richiesta di rinvio a giudizio, non si ferma alla sola prova digitale. Sono ben nove le perizie tecniche depositate, che spaziano dall’analisi del DNA sotto le unghie di Chiara ai rilievi genetici sui pedali della bicicletta e persino su posate da cucina. Ma è sulla natura dell’arma e sul movente che il quadro si fa ancora più fosco. La dottoressa Cattaneo ha riletto le ferite sul corpo della vittima, ipotizzando l’uso di un martello o di una mazzetta: un dettaglio che trova un riscontro storico in una vecchia denuncia presentata dal padre di Chiara circa la sparizione di un attrezzo simile dopo alcuni lavori in casa.
Parallelamente, emerge un possibile movente legato a una presunta personalità disturbata dell’indagato. Gli inquirenti puntano i fari su alcuni video intimi che ritrarrebbero Chiara e Alberto Stasi, che Sempio potrebbe aver sottratto o visionato, alimentando un’ossessione culminata nel sangue. A rafforzare questa tesi ci sarebbero anche analisi comportamentali su alcuni scatti emotivi dell’uomo durante gli interrogatori, definiti dai carabinieri come segnali di forte disagio interiore.
In questo scenario, la posizione di Alberto Stasi, attualmente detenuto, torna fatalmente sotto i riflettori. Mentre la difesa di Sempio si prepara a dare battaglia sulla validità scientifica dell’impronta (contestando il numero di minuzie rilevate), l’opinione pubblica assiste a una sfida tra giustizia e tecnologia. Resta il nodo dei rapporti familiari: l’inchiesta accenna a presunti tentativi di depistaggio o ostacolamento delle indagini che avrebbero coinvolto persino i familiari della vittima, aggiungendo un velo di ambiguità a una vicenda che, dopo quasi due decenni, cerca ancora la sua parola fine.