L'EDITORIALE

Libano, l’informazione sotto attacco: la morte di Amal Khalil e la tregua infranta

Libano, l’informazione sotto attacco: la morte di Amal Khalil e la tregua infranta

La cronaca dal fronte libanese si tinge nuovamente di sangue, confermando come il lavoro dei giornalisti nell’area sia diventato un bersaglio quasi...

Pubblicata 24/04/2026 alle 12:34

La cronaca dal fronte libanese si tinge nuovamente di sangue, confermando come il lavoro dei giornalisti nell’area sia diventato un bersaglio quasi sistematico. L’ultima vittima di questa scia di violenza è Amal Khalil, firma storica del quotidiano Al-Akhbar, uccisa nel sud del Paese durante un’operazione delle forze di difesa israeliane (IDF) che ha sollevato pesanti interrogativi sul rispetto del diritto internazionale umanitario.

La dinamica dell’incidente, avvenuto nei pressi della località di Al-Tayri, delinea uno scenario inquietante. Khalil stava documentando le devastazioni belliche insieme alla fotografa Zeinab Faraj quando il convoglio su cui viaggiavano è stato coinvolto in un raid. Nel tentativo di sfuggire ai bombardamenti, le due giornaliste si sono rifugiate in un edificio poco distante, che è stato però rapidamente raggiunto da ulteriori colpi di artiglieria. Mentre la collega è riuscita a salvarsi, Amal Khalil è rimasta sepolta sotto le macerie. Ciò che aggrava la posizione di Tel Aviv sono le testimonianze, raccolte anche dal ministero della Salute di Beirut, secondo cui l’esercito israeliano avrebbe ostacolato attivamente i soccorsi, bersagliando l’ambulanza e impedendo alla Protezione Civile di intervenire tempestivamente.

Per Amal Khalil, il giornalismo non era una semplice occupazione, ma una missione civile. Con vent’anni di esperienza alle spalle, la reporter considerava il racconto dei fatti come una forma di resistenza e una linea di difesa contro l’oblio. Un impegno che l’aveva resa un soggetto sgradito, come dimostrano le minacce di morte ricevute in passato proprio a causa delle sue inchieste sulle operazioni militari nel Libano meridionale. La sua scomparsa non è solo una perdita per la stampa araba, ma un colpo durissimo alla libertà di informazione in un teatro di guerra dove la verità è la prima vittima.

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha usato parole inequivocabili, parlando di possibili crimini di guerra. L’accusa ruota attorno alla deliberata reiterazione degli attacchi nello stesso punto e al blocco degli aiuti umanitari, violazioni che il primo ministro libanese Nawaf Salam ha denunciato con forza. Da parte sua, l’IDF ha tentato di giustificare l’operazione sostenendo che il veicolo sospetto provenisse da una zona legata a Hezbollah, una versione che però non ha convinto le organizzazioni per i diritti umani.

Questo tragico episodio giunge in un momento politico delicatissimo. Nonostante l’accordo per un cessate il fuoco di dieci giorni raggiunto lo scorso 15 aprile, l’intensificarsi dei raid su Beirut e sul sud del Libano suggerisce che la tregua sia ormai un fragile simulacro. Mentre il conflitto si allarga coinvolgendo indirettamente anche l’Iran, il bilancio delle vittime civili continua a salire vertiginosamente, superando i 2.400 morti in meno di due mesi. L’uccisione di Amal Khalil rimane l’emblema di una guerra che non risparmia nessuno, nemmeno chi ha il solo compito di testimoniarla.